Un microchip per grandi risultati

La fine dell’anno, si sa, è tempo di bilanci e contare i numeri a volte è utile per comprendere eventi e situazioni, anche in ambito cinofilo. Secondo l’Agenzia Giornalistica Italiana (alla data del 23 giugno 2019) in Italia ci sono tra i 500mila e i 700mila cani randagi. Cani privi di una famiglia, ma anche di un’identità, in quanto in alcuni casi non sono dotati del microchip che riporta il nome, il sesso, il colore, la razza del cane e il nome del proprietario.

Ad Apaca in Festa 2017, l’associazione dedicò una specifica iniziativa alla promozione della microchippatura

E, invece, possedere un’identità è una questione importante anche per i cani. Non basta dare loro un nome al quale risponderanno per tutta la vita, la loro individualità deve avere una consistenza per così dire ufficiale e di conseguenza anche legale. Da diversi anni anche in Italia, a custodire, verificare e mostrare i dati di un cane ci pensano la legge e la tecnologia: dal 2004 è obbligatorio, infatti, che ogni cucciolo – o comunque ogni cane che ne sia sprovvisto – abbia un microchip sottocutaneo contenente tutte le informazioni necessarie, che lo identificano in modo univoco, associate ai dati anagrafici di colui che viene riconosciuto come il proprietario e responsabile dell’animale.

Le “carte d’identità” dei cani vengono così inserite in una serie di banche dati regionali istituite presso le ASL veterinarie locali e confluiscono poi nell’anagrafe canina nazionale. Uno strumento nato con la legge 281/91, soprattutto con l’intento di contrastare il fenomeno dell’abbandono: è possibile infatti risalire al proprietario di un cane smarrito, incustodito o abbandonato digitando semplicemente il codice del microchip, rinvenibile dalla strumentazione dei medici veterinari.

L’obbligo di legge, se non viene rispettato, prevede sanzioni e multe che vanno da 38 a oltre 200 euro. Ma si può essere ottimisti: secondo la LAV tra il 2006 e il 2018 c’è stato un aumento del 57% nelle iscrizioni all’anagrafe canina nazionale (un dato, peraltro, in tendenza opposta per la provincia di Belluno, dove, passato il pericolo della “rabbia”, si è tornati alla vecchia, pessima abitudine di non microchippare i cani!).

Il microchip segue il cane e il suo padrone per tutta la vita e deve registrare ogni cambiamento riguardante i dati inseriti, come per esempio il cambio di residenza o la cessazione del cane a un’altra persona. Per tutta la vita significa anche che, nel momento in cui il cane muore, la ASL e i suoi servizi veterinari devono esserne informati per poter attuare le procedure previste per il decesso degli animali da affezione. Come si può vedere, il microchip è utile per svariati motivi, non ultimo quello di avere la possibilità di riavere con sé il proprio cane nel caso si fosse allontanato annusando una traccia o fosse scappato per inseguire qualche animale… le eventualità possono essere innumerevoli ma fortunatamente numerosi sono anche i lieto fine, come quello avvenuto quest’estate: Maya, cucciola di chihuahua, era stata smarrita dalla padrona nel 2011 ma ben otto anni dopo si sono potute riabbracciare proprio grazie al fatto che la cagnolina fosse registrata all’anagrafe canina del Lazio.

Si tratta di un oggetto piccolissimo e a volte se ne sottovaluta l’importanza: ma il microchip canino è in grado di realizzare imprese bellissime, come far tornare a casa un amico che si credeva perduto per sempre.

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