Non più giocattoli o oggetti di intrattenimento, ma “supporti emotivi” con AI, surrogati di cani e gatti.
C’era una volta il Tamagotchi, creato in Giappone nel 1996 e primo cyber-pet dotato di intelligenza artificiale abbastanza primitiva che richiedeva attenzioni costanti per ritardare il più possibile il ciclo vita-morte su cui era basata la sua interazione con l’umano che se ne prendeva cura. Solo due anni più tardi Sony commercializza Aibo, un cagnolino robotico che reagiva al tocco e utilizzava già il cloud per arricchire i propri comportamenti. Nel 2001 fa la sua comparsa Paro, un robot dall’aspetto di cucciolo di foca in grado non solo di reagire al tocco, ma di imparare i nomi, ricordare i volti e cercare il contatto visivo, tanto che i 5.000 esemplari prodotti finiscono con l’essere utilizzati in ambito psico-terapeutico.
Ma il punto di svolta è rappresentato dall’avvento dell’intelligenza artificiale, che nel 2021 porta alla costruzione di CyberDog da parte del colosso cinese Xiaomi e, più recentemente, alla commercializzazione di Moflin, un robot dall’aspetto di cavia domestica (porcellino d’india) che Casio Electronics presenta come un vero surrogato di animale domestico “dotato di uno spettro emotivo unico, basato sull’intelligenza artificiale, che gli consente di esprimere una vasta gamma di sentimenti”, che “si evolvono dinamicamente, proprio come quelle di una creatura vivente”, sviluppando “una personalità unica, influenzata dalla sua crescita emotiva, dall’ambiente di cura e dallo stile di interazione”. Moflin non solo può essere accarezzato delicatamente sulla testa, sul collo, sulla schiena o sui fianchi e abbracciato, ma se gli si “parla dolcemente vicino al viso con voci basse” è in grado di “familiarizzare con la voce del proprietario e compiere gesti particolari quando lo sente vicino”, mostrando “reazioni simili a quelle degli animali” e addirittura “affezionandosi gradualmente”. Insomma, il surrogato di un animale reale, da cui Moflin si distinguerebbe solo perchè vive “circa 5 ore con una carica completa”!
Finora l’impiego è stato soprattutto nel contesto sanitario e terapeutico e, in particolare, nel trattamento del declino cognitivo e comportamentale (demenza, delirium, malattia di Alzheimer) o per ridurre comportamenti di agitazione e aggressività o per migliorare la condizione dell’umore (depressione). In Canada, ad esempio, i robot pets sono impiegati in attività sperimentali all’interno delle residenze sanitarie assistite, per contrastare la condizione di isolamento a cui vanno incontro i pazienti e migliorarne l’umore, il sonno e il benessere generale. Tombot,
Ovviamente, l’utilizzo di robot pets solleva questioni etiche assai complesse, a cominciare, come annota “italianelfuturo.com”, dalla possibilità o meno che “un legame con un’entità artificiale possa essere considerato autentico o se rappresenti solo un’illusione emotiva alimentata dalla tecnologia”, alla quale si rischia di affidare, dunque, anche il proprio benessere emozionale, rendendo normali “rapporti sempre più mediati da algoritmi”. Ma c’è di più: per esempio, “la scelta di preferire un robot pet per evitare l’esperienza del lutto può essere effettivamente deleteria” in quanto “ci impedisce di sviluppare la coscienza di sé e la sana resistenza agli urti” (agendadigitale.eu).
“Moflin non è un giocattolo, ma un animale di supporto emotivo”, dice già oggi Casio e, in futuro, robot pets ancor più sofisticati potrebbero integrare funzioni capaci perfino di rilevare gli stati d’animo: in quel momento, il cane reale sarà di fronte a un concorrente temibile – che non mangia, non abbaia e non deve essere portato fuori per i bisogni nè dal veterinario per essere curato – e gli uomini dovranno scegliere se riaffermare la centralità della convivenza con il cane per l’evoluzione della specie umana oppure esporsi alla possibile fine – o comunque a un cambiamento radicale – di un rapporto millenario di cui, per opportunistica convenienza, non vorranno conservare l’infinita ricchezza.
