Quando si grida: al lupo, al lupo!!

Quando si grida: al lupo, al lupo!!

La “vera” dinamica di una recente predazione in Faverghera a Belluno spiegata dalla Provincia

E’ da titolo a tre colonne – soprattutto per giornali come il Corriere delle Alpi che sembra avere una particolare simpatia per questi allarmi – la notizia di quasi cento pecore predate dai lupi sul colle dei bellunesi: “Un disastro” – l’ha definita il presidente di Cia, una delle associazioni del mondo agricolo bellunese – “a rischio c’è la sopravvivenza delle aziende agricole e della tradizione dell’alpeggio tra le Dolomiti”. E siccome non possiamo correre un rischio così enorme, ecco la richiesta: controllate la diffusione del lupo, che, tradotto in un linguaggio meno burocratico, significa: abbattetene un bel po’ perchè sono troppi e – stando alla cronaca dei pastori e degli allevatori – predano di continuo greggi al pascolo, così come asini e vitelli.

La replica dell’Amministrazione provinciale è arrivata il giorno dopo, il 30 luglio – con una nota che il Corriere delle Alpi ha ospitato, però, in un articolo di taglio basso, ossia in uno spazio riservato in genere a temi di approfondimento secondario, cultura o costume – e getta una luce del tutto diversa sull’episodio: “la Polizia provinciale ha effettuato i sopralluoghi, che hanno appurato che la situazione di criticità era stata determinata in entrambe le occasioni da un forte temporale diurno in un ambiente particolarmente impervio, fattori che hanno facilitato l’attività predatoria e reso meno efficace la presenza dei due cani da guardiania. Per dare il massimo supporto possibile al conduttore del gregge, durante lo spostamento verso una zona meno impervia e più aperta, gli agenti hanno effettuato servizi mirati, impiegando sofisticati droni per presidiare la zona ed individuare preventivamente, in questo modo, la presenza del predatore”.

Fin qui la cronaca di eventi che, fortunatamente, l’Amministrazione provinciale ha ricostruito con spirito di “verità”. Ma l’occasione è stata utile alla Polizia provinciale – che presiede alla sorveglianza, al controllo e alla tutela della fauna selvatica provinciale – anche per puntualizzare le consistenze “oggettive” e quindi “veritiere” delle predazioni:”il numero generale di eventi predatori a carico degli allevamenti registra, nell’ultimo triennio, un calo progressivo rispetto agli anni precedenti, nonostante il numero di branchi (di lupi, n.d.r.) censiti in provincia sia sicuramente aumentato. Dopo il picco di 139 eventi occorsi nel 2023, si è passati a 103 nel 2024 e a 73 nel 2025″.

Chi ama la biodiversità e gli animali non può che augurarsi che Amministrazione provinciale e Regione Veneto – che in questo periodo sta esaminando la prima richiesta provinciale di abbattimento selettivo presentata dalla cooperativa Fardjma di Alpago – sappiano tenere a bada l’allarmismo provocato da una parte (forse minoritaria) di quel mondo agro-silvo-pastorale che fatica ad accettare la convivenza con i grandi predatori e che non si accontenta neppure di essere puntualmente risarcita con il danaro di tutti per le perdite subite (eppure il risarcimento è il segnale chiarissimo che la stragran parte dei cittadini – che sono anche consumatori – accetta o addirittura auspica la presenza del lupo, accollandosi i danni da esso prodotti), nè gli bastano i regali della Regione – che, ad esempio, ha appena emanato un nuovo bando da 55.000,00 euro per regalare cani da guardiania a imprenditori che talvolta neppure si impegnano a gestirli in modo corretto (come dimostra la cronaca degli attacchi agli escursionisti e ai loro cani o il recente caso di “maltrattamento” al passo Giau di un gregge e dei cani e degli asini al seguito). La perversione (in senso filosofico, si intende) che anima questa parte del mondo agro-silvo-pastorale è la stessa di chi ha proposto e sta sostenendo il disegno di legge c.d. “sparatutto”, attualmente all’esame delle Camere: l’eliminazione fisica di animali come strumento definitivo di dominanza e prevaricazione su specie che, proprio perchè diverse, non meritano neppure di vivere.