Ma è davvero conveniente per la scienza e per l’ambientalismo puntare il dito sulla scelta di avere un cane?
Chi ha a cuore l’ambiente, la natura, gli animali, la Terra e anche il futuro delle specie, compresa quella umana, interroga anzitutto se stesso sulle azioni che potrebbe compiere per contrastare il cambiamento climatico. Il riciclo è senz’altro l’azione quotidiana che più viene compiuta da queste persone, le stesse che consumano cibo a chilometri zero, cambiano le lampadine tradizionali con quelle a basso consumo e, potendoselo permettere, sostituiscono anche le fonti di energia della casa.
A prescindere dal fatto che, secondo molti rapporti sull’ambiente, la maggior parte di questi comportamenti “virtuosi” – riciclo compreso – hanno un alto valore etico ma scarsa incidenza sulle emissioni (circa il 10% del totale) se non sono accompagnati da politiche pubbliche, ciò che pochi sanno e che viene riproposto ciclicamente come monito è il fatto che avere un cane è una delle scelte in assoluto più impattanti sull’ambiente, insieme ai voli aerei e all’impiego di energia non rinnovabile. Ma perché i cani inquinerebbero così tanto? La risposta è ovvia: perché sono miliardi le famiglie che hanno uno o più cani e tutti mangiano carne, che è prodotta da animali (soprattutto bovini) che rilasciano metano e, per di più, vengono allevati in terreni disboscati spesso illegalmente.
Non che i comportamenti individuali non servano: tutto ciò che facciamo per ridurre le emissioni è utile all’ambiente, ma ci sono contributi individuali più o meno efficaci e i quattro maggiormente significativi sono ridurre i voli, scegliere energia rinnovabile, cambiare le modalità di trasporto (ad esempio riducendo l’uso dell’auto) e limitare il consumo di carne, soprattutto bovina: ma sono soprattutto gli allevamenti di bestiame ad avere un ruolo importante nelle emissioni antropiche totali dato che sono responsabili di circa il 35% delle emissioni di gas ad effetto serra.
Quindi chi si accompagna a un cane (carnivoro) deve per forza sentirsi un nemico dell’ambiente?
Non c’è una sola risposta possibile. In termini strettamente numerici, la conclusione degli scienziati sull’impatto che l’alimentazione dei cani ha sulle emissioni non è, infatti, banale, anche se qualcuno fa notare che gran parte del cibo per animali è prodotta usando sottoprodotti dell’industria alimentare umana e, perciò, il calcolo sull’alimentazione canina produrrebbe di fatto una “doppia contabilizzazione” delle emissioni. Ci sono, poi, aggiustamenti da poter mettere in campo, primo tra tutti cambiare l’alimentazione dei cani di famiglia: passare non tanto a una dieta vegetariana (che pone interrogativi etologici) quanto a “carni a minore intensità di carbonio” (tacchino, insetti, ecc.) che addirittura è una delle azioni indicate come più efficaci dagli stessi ricercatori per ridurre l’impatto della presenza dei cani sulle emissioni. Ci sono poi gli effetti (positivi) non calcolati ma spesso presenti in chi si accompagna a un cane, come presumibilmente viaggiare meno o durante le passeggiate prestare maggiore attenzione all’ambiente circostante, un fattore non da poco per assumere comportamenti virtuosi. Non solo, ma recenti studi europei hanno calcolato che l’alimentazione di un cane medio non ha, come si pensava, un’impronta di carbonio paragonabile a quella di un SUV, ma sia in realtà molto inferiore, stimabile intorno al 7% dell’impronta di carbonio totale di un cittadino medio dell’UE.
Ma tutto questo basta a sottrarre coloro che vivono con un cane dall’accusa di “inquinare”? E’ un’accusa mossa soprattutto da chi non ama i cani o li ritiene addirittura “colpevoli” di aver sostituito i neonati nelle vite delle persone, ma che può provenire anche da quell’ambientalismo estremo che pretende comportamenti virtuosi individuali anche quando fanno perdere alle persone la voglia di votare e militare per cambiare le politiche pubbliche, le pratiche aziendali o le norme sociali. “Le azioni che mettiamo in pratica per cercare di mitigare la crisi climatica – scrive Claire Elise Thompson in un articolo su Grist ripreso da Internazionale del 2 gennaio 2026 – possono essere motivate in parte da quanto ci risultano facili o da quanto le riteniamo efficaci, ma ogni nostra scelta è anche motivata da ciò che ci dà gioia. È un elemento essenziale per rimanere impegnati e resilienti nella lotta per un futuro migliore. In questo senso, attività ad alta intensità di carbonio come possedere un cane hanno un valore che va al di là del loro peso in termini di emissioni”. In sostanza, sottolinea la giornalista statunitense “l’idea di non adottare mai un cane (…) mi sembra un sacrificio immenso (…) e la tristezza che provo al pensiero di un futuro senza cani mi segnala un altro fattore importante quando si parla di motivazione per impegnarsi a difendere il clima: la gioia”, vale a dire un’emozione intensa e piacevole in grado di motivare i comportamenti. Un concetto non capito da parte di una fetta del movimento ambientalista, ma ben compreso, invece, dai petrolieri, dalle multinazionali e dai politici loro amici, che stanno spacciando la ripresa della produzione di combustibili fossili come la sola in grado di dare “gioia” ai molti possessori di auto a gasolio (e non elettriche) o di fornelli a gas (e non ad induzione) che improvvisamente non si sentono più “inquinatori”, ma attori di una stabilità energetica e dei prezzi in nome della quale si possono far saltare anche gli accordi sul clima!
Dunque, ringraziamo i cani di esserci nelle nostre vite e di darci la “gioia” che, ogni giorno, ci aiuta a praticare i nostri piccoli comportamenti utili all’ambiente.
