Perchè in rifugio non si comincia subito a far fare al cane mille cose, ma si aspetta.
Spesso, i cani che entrano in rifugio – soprattutto se sottratti a maltrattamenti – necessitano di un periodo di recupero emozionale che li renda nuovamente disponibili alla relazione con gli uomini e con gli altri animali.
E’ assai frequente che questi cani non abbiano avuto corrette ed adeguate esperienze o con i propri simili o con gli umani o con entrambi e dietro a ogni paura, ogni difficoltà e ogni reazione che manifestano di regola c’è un’esperienza che la mente e il corpo del cane ricordano perfettamente.
Nelle prime settimane di permanenza in rifugio, l’obiettivo non può che essere quello di aiutare il cane a calmarsi e soprattutto a sentirsi al sicuro, una percezione che il cane matura lentamente soprattutto grazie al fatto che gli viene data la possibilità di scegliere (se avvicinarsi, se allontanarsi, se non farsi toccare), una possibilità che pochi proprietari concedono (e che talvolta anche i volontari faticano a comprendere, travolti dal desiderio di consolare e curare) e men che meno quelli che li maltrattano o li detengono in modo del tutto irrispettoso. In sostanza, nel primo periodo di permanenza, la regola applicata è “decelerare”, garantendo al cane giornate con meno stimoli possibili e nessuna (o quasi) pressione, dandogli fiducia: nella quasi totalità dei casi, è così che il cane inizia – spesso lentamente e in modo quasi impercettibile- a rilassarsi e a sentirsi in grado di controllare anche le proprie azioni.
Solo successivamente – quando il cane sta visibilmente meglio anche con il proprio corpo (che appare più rilassato, meno rigido) – educatori e volontari, attraverso le manipolazioni, le interazioni, i giochi di attivazione mentale, la mobility e le passeggiate introducono delle routine – molte delle quali fatte di attività lente e olfattive – che lo aiutano a raggiungere un approccio tendenzialmente equilibrato sia con gli umani che con gli altri cani, fornendogli, nello stesso tempo, competenze utili alla vita in famiglia.
Le famiglie – che in quest’epoca caotica e disfunzionale sono spesso iperattive e iperveloci nei ritmi di vita – non hanno bisogno di un cane simile a loro, ammaestrato e sempre sotto pressione, ma piuttosto di un cane che sia in grado di affrontare in modo sereno e positivo le varie situazioni nelle quali si viene a trovare in compagnia delle persone che lo hanno adottato, le quali, a loro volta, sono chiamate ad imparare la “decelerazione”, magica strategia che allenta la presa dell’ansia su tutto ciò che umani e cani fanno e pensano.
