Piccola storia di APACA: il canile cresce un po’

Tra il 1999 e il 2001, vengono allestiti i ricoveri per gli attrezzi e APACA porta a trenta il numero complesivo dei boxes: a quasi tutti si dà anche una copertura, che renderà molto più confortevole la permanenza dei cani, ma per i pasti i volontari si devono arrangiare ancora con mezzi di fortuna e, per anni, cucinando a casa i “pastoni”.

Si provvede pure a piantare degli alberi e degli arbusti, un po’ per dare refrigerio ai cani nel corso delle estati, ma anche perchè il progetto che si vorrebbe realizzare è quello di un piccolo parco-canile, un luogo dove i bellunesi possano recarsi per adottare i cani, ma anche per sostare e passeggiare, magari con i bambini, per conoscere gli ospiti. Altrove l’idea avrà successo, ma nel bellunese resterà allo stadio embrionale: ci vorrebbero risorse che i comuni non ci pensano proprio a mettere a disposizione, indifferenti come sono perfino alle questioni essenziali del randagismo e dell’abbandono degli animali. Del tutto inadempienti rispetto al ruolo attivo di promotori e costruttori di canili e gattili che la legislazione nazionale e regionale loro assegnerebbe, i sindaci bellunesi scaricano sul volontariato una loro competenza e, salvo un paio di rarissime eccezioni, ignorano bellamente persino le proposte di convenzione.

L’unica collaborazione istituzionale che APACA riesce ad attivare è quella con l’Ulss n.1, che fin dal 1998 non lesina il supporto del proprio servizio veterinario e del canile sanitario: è un rapporto che reca vantaggi soprattutto ai cani vaganti e ai randagi, che APACA sempre più spesso accoglie dopo il periodo di monitoraggio sanitario, evitando loro la permanenza in una struttura pubblica che già in quegli anni si presenta fatiscente.

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