L’Europarlamento si pronuncia sul benessere di cani e gatti. Nuove regole in vigore, forse, nel 2026.
Basta vendita di cani e gatti nei negozi (che è già realtà in Spagna e lo sarà nel 2028 anche in Francia) e obbligo di microchippatura – entro 5 anni dall’entrata in vigore della norma – sia per i gatti che per i cani in tutto il territorio dell’Ue (obbligo anche per chi li acquista di registrarli almeno 5 giorni prima del loro arrivo sul territorio dell’Unione). Vietato l’allevamento tra genitori e figli, nonni e nipoti, così come tra fratelli e sorelle, anche solo da un genitore in comune e anche divieto di allevamento di cani o gatti con tratti conformazionali eccessivi che comportino un elevato rischio di effetti negativi sul loro benessere (i cani e gatti brachicefali, ad esempio). Obbligo per gli allevatori ma anche per i privati di far rimane i cuccioli con la madre almeno fino ai 2 mesi di età. Infine, vietato sia legare gli animali, salvo nei casi necessari per cure mediche, sia l’uso di collari a punte o a strozzo privi di dispositivi di sicurezza.
Questo lo scenario immaginato e voluto dall’assemblea plenaria dell’Europarlamento che il 19 giugno ha approvato un regolamento sul benessere di cani e gatti e loro tracciabilità: hanno votato a favore 457 eurodeputati, mentre 17 si sono detti contrari e 86 hanno preferito astenersi. Per quanto riguarda gli europarlamentari italiani, hanno sostenuto la proposta e votato a favore delle nuove regole le delegazioni del Partito democratico, del Movimento 5 Stelle, di Alleanza Verdi Sinistra e di Forza Italia, mentre i rappresentanti di Fratelli d’Italia e Lega si sono astenuti, eccezion fatta per l’eurodeputato veneto di Fdi Sergio Berlato, che ha votato contro, coerente con l’ideologia che lo annovera tra i sostenitori della proposta per il declassamento dello status di protezione del lupo e che ben sintetizzata dallo slogan “A Pasqua mangia un agnello e salva un pastore” da lui coniato pochi mesi fa.
L’iter del provvedimento prevede ora un passaggio in Consiglio Europeo, con una negoziazione tra i paesi membri anche in merito agli atti delegati ed esecutivi: l’entrata in vigore è prevista per il 2026.
Fin qui la cronaca. Ma il dato più inquietante è quello reso noto dalla Commissione Europea in sede di presentazione del regolamento. Secondo la Commissione, il commercio di cani e gatti ha raggiunto un valore annuo stimato di 1,3 miliardi di euro, dato che circa il 44% dei cittadini dell’UE possiede un animale domestico: la questione davvero drammatica è che circa il 60% dei proprietari (compresi quelli che hanno comprato i 72 milioni di cani e gli 83 milioni di gatti presenti oggi nelle case degli europei) non si è recato in un allevamento dove aveva l’opportunità di rendersi conto delle condizioni di vita e benessere degli animali (e men che meno è andato in un canile!) ma ha acquistato il proprio cane o gatto online, esponendo gli animali a rischi gravi per la salute ed il benessere ed alimentando speculazioni anche di matrice criminale. Rispetto a questo canale di vendita, l’Europarlamento non ha avuto il coraggio di far cessare la vendita in rete di esseri viventi e senzienti, ma ha proposto la tracciabilità attraverso l’applicazione del microchip come unica misura, peraltro blanda e facilmente eludibile. Del resto, tutto il provvedimento muove non tanto da bisogni etici od etologici, ma molto più banalmente dall’intento di aggiustare alcuni aspetti economici del mercato interno di cani e gatti: un obiettivo legittimo, ma di basso profilo, come del resto è un po’ tutta la legislazione contemporanea in materia di tutela degli animali.
