Visto dalla parte del cane, qual’è il significato vero dell’aforisma di Edward Abbey?
La frase “Quando il migliore amico di un uomo è il suo cane, quel cane ha un problema” è una tagliente riflessione di Edward Abbey, scrittore e ambientalista americano, pubblicata nell’opera “A Voice Crying in the Wilderness: Notes from a Secret Journal” (1989), una raccolta di riflessioni taglienti, cariche – come annota la critica – di saggezza spesso misantropica e quasi sempre anarchica, utilizzate dall’autore per costringere a riconsiderare molti dei presupposti della società moderna.
L’aforisma non deve essere interpretato come una critica ai cani, ma bensì come una critica severa alla solitudine esistenziale degli uomini, suggerendo che se l’unico vero amico di un uomo è un animale domestico, ciò rivela un problema grave nella vita di quell’uomo, la cui mancanza di relazioni significative con altri esseri umani è ricondicibile alla difficoltà a costruire legami basati su reciprocità e comprensione profonda.
L’uomo che trova la sua migliore amicizia in un cane non sta dunque celebrando l’eccellenza animale, ma sta rivelando la propria incapacità o il proprio rifiuto di connettersi autenticamente con altri esseri della sua stessa specie. La conseguenza è che, a sua volta, quel cane “avrà un problema”, poichè su di lui verranno riversate aspettative, desideri e volontà che, proprio per l’incapacità di quell’uomo di instaurare interscambi emozionali basati sulla comprensione, difficilmente terranno conto delle aspettative, dei desideri e delle vere (e non presunte) volontà del cane. La relazione di quell’uomo col proprio cane risentirà di un forte esclusivismo, in grado di ridurre se non di azzerare le occasioni e le opportunità anche del cane a una ricca e variegata vita di relazioni con altri esseri umani a cui altri cani si accompagnano: è così che anche il cane finirà col perdere la propria socialità, sviluppando disagio, ansia, paura, aggressività e distacco.
In sostanza, l’invito di Abbey a considerare l’isolamento e la solitudine come una condizione innaturale per l’uomo è per il cane la via di salvezza da un rapporto che potrebbe altrimenti farsi ossessivo, morboso e perfino patologico (come nell’accumulo, che, in fondo, altro non è che la replica all’infinito dell’esclusività): è così che la connessione autentica con altri esseri (pur selezionati) della sua stessa specie diventa per l’uomo il presupposto di una sana relazione con il cane, che più di altre specie è esposto all’adeguamento emotivo al proprio umano di riferimento.
