L’autoconsapevolezza del cane: il test dello specchio

Il test dello specchio è stato ideato dallo psicologo evoluzionista Gordon Gallup nel 1970 e consiste nel mettere davanti ad uno specchio un animale per così dire “marcato”, cioè con un segno (colorando ad esempio le sopracciglia): se l’animale, guardandosi allo specchio, rivolge l’attenzione proprio al segno allora dimostra di avere consapevolezza che quello che vede riflesso nello specchio è lui e che il segno con c’entra nulla con il suo corpo.

Nell’arco degli anni sono stati sottoposti al test molti animali (scimpanzè, delfini, elefanti, gazze, pesci): secondo Gallup, però, solo oranghi, scimpanzè ed esseri umani hanno dimostrato inequivocabilmente l’autoconsapevolezza, mentre i vari gruppi di ricerca consideravano via via superato il test anche da altre specie come gli elefanti, le orche, la gazza europea, il pesce pulitore e il cavallo.

Quando toccò al cane specchiarsi, sembrò non riconoscersi, reagendo come se si trattasse di un altro cane oppure restando impassibile e concentrandosi a guardare l’ambiente riflesso nello specchio. Se ne dedusse che i cani non possedevano l’autoconsapevolezza: una conclusione che iniziò a essere messa messa in discussione verso la fine del secolo scorso, quando cominciò ad emergere un approccio integrato alla biologia del comportamento, che portò i ricercatori a considerare, ad esempio, che il cane privilegia olfatto e tatto e che, forse, il test di Gallup non è attendibile con riferimento a una specie animale che non predilige la vista per raccogliere informazioni su di sé.

Per alcuni decenni il test di Gallup sostanzialmente garantì la supremazia dei primati nel riconoscimento dell’autoconsapevolezza. Con il nuovo millennio l’applicabilità a tutte le specie del test dello specchio non è più un dato scontato e la ricerca può sperimentare altri approcci, nella convinzione – ben espressa nel 2006 da Joshua Plotnik, esperto di psicologia comparata e promotore di alcune indagini sulla coscienza del sé negli elefanti – di “provare ad adottare la prospettiva dell’animale con cui stai lavorando”, tenendo conto delle sue particolari motivazioni e percezioni.

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