La coscienza non ha specie

La coscienza non ha specie

Le ricerche più recenti dimostrano che la “coscienza” non è una prerogativa umana…anzi

Era il 2024 quando venne diffuso un documento di grande importanza per dare “considerazione morale agli animali”: la Dichiarazione di New York che riconosce e afferma il “forte sostegno scientifico” a favore dell’esistenza della coscienza di mammiferi e uccelli, e “almeno una possibilità realistica” per tutti i vertebrati e molti invertebrati. Un’affermazione di straordinaria importanza, che rende definitivamente irresponsabile ignorare tale possibilità nelle decisioni che riguardano uno qualsiasi di questi animali, poiché si dovrebbero sempre considerare i rischi per il loro benessere e usare le prove per uniformare le risposte (etiche, politiche, sociali ed economiche) della comunità umana a tali rischi.

In sostanza, la Dichiarazione applica agli animali il medesimo principio di precauzione etico e scientifico di fronte all’incertezza che viene utilizzato sia in materia ambientale, sia in ambito sanitario e che rende vietate tutte le attività potenzialmente dannose quando l’evidenza scientifica è incerta ma sussiste comunque un ragionevole dubbio sul loro grado di sicurezza. E’ un principio che è stato formalizzato nel 1992 nella Dichiarazione di Rio sull’ambiente, ma che è sancito anche dall’art.191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, che è stato recepito in Italia nel Codice dell’Ambiente del 2006 e che presiede alla sicurezza dei pazienti e alla gestione del rischio clinico come di quello alimentare. Dunque, non c’è motivo di non ritenerlo “scientificamente ed eticamente” applicabile anche in ambito etologico: lo hanno ben compreso, ad esempio, gli stati americani di Washington, Oregon, New York, New Jersey e Massachusetts e due stati dell’America del sud, Cile e Messico, che tra il 2024 e il 2026 hanno messo al bando l’allevamento intensivo dei polpi, considerato non etico e crudele, data la natura complessa di questi animali, che soffrirebbero troppo se confinati in spazi ristretti.

Dunque, in assenza di certezze scientifiche, non si deve attendere la prova definitiva della coscienza animale per agire. Essere consapevoli che la coscienza non è una prerogativa umana – legata a specifiche strutture cerebrali – apre all’ammissione che cervelli anche molto diversi da quelli dell’uomo (come, ad esempio, quelli del cane, delle api, dei polpi, degli elefanti e del moscerino della frutta) possono comunque supportare esperienze coscienti. Ciò produce necessariamente un trattamento più rispettoso della dignità e dell’esperienza soggettiva di tutti gli animali: le dimostrazioni di apprendimento, memoria, pianificazione, risoluzione di problemi e autoconsapevolezza – che gli scienziati stanno scoprendo in quantità e qualità sempre maggiori negli animali – non possono che condurre all’ammissione di una coscienza, non fosse altro perché gli stessi comportamenti, se riscontrati in un essere umano o in un altro mammifero, sarebbero presentati come risultato di un’indubbia elaborazione cosciente.

E in Italia? Governo e maggioranza, da ultimo con il decreto “sparatutto” in questi giorni in discussione alla Camera, confermano appieno una convinzione del tutto diversa, arrogante almeno quanto chi l’ha pronunciata: “L’uomo è diverso. E’ l’unico essere senziente e non ce ne sono altri”,  pronunciata dal ministro dell’agricoltura Lollobrigida in occasione della conferenza programmatica di Fratelli d’Italia del 27 aprile 2024.

Una guida (e audioguida) dedicata alla Dichiarazione di New York sulla coscienza animale è disponibile nell’area che raccoglie le guide NOI E IL CANE