Il cane nei locali pubblici

Guide praticheChi ha un animale d’affezione sostiene l’esistenza del diritto d’accesso di cani e gatti in qualunque luogo o esercizio pubblico, accettando la sola esclusione dei locali in cui vengono preparati e/o immagazzinati gli alimenti. La fonte del diritto risiederebbe nell’art.83 lettera d) del dpr 8 febbraio 1954 n.320 (“Regolamento di Polizia veterinaria”): tale norma sostanzialmente statuirebbe il principio secondo cui “vietare l’ingresso ai cani nei locali pubblici e quindi negli esercizi commerciali è illegale”.

Da allora, in una sola altra occasione il legislatore si è occupato del tema: è capitato nel 1974, quando nell’articolo unico della legge n.37 ha disposto in favore dei soli ciechi che “al privo della vista è riconosciuto altresì il diritto di accedere agli esercizi aperti al pubblico con il proprio cane guida”. Dopodichè non si è trovata o non si è voluta trovare nessun’altra occasione per affermare un principio di civiltà che l’Europa ha accolto dal 2004.

In sintesi
La legislazione nazionale vieta l’ingresso di animali domestici esclusivamente nel caso si tratti di luoghi in cui si preparano, manipolano o si conservano alimenti (come le cucine) e lascia la facoltà al titolare/gestore della struttura di consentire o meno l’ingresso di animali in tutti gli altri locali pubblici o aperti al pubblico (compresi quelli ove avviene la somministrazione degli alimenti come le sale di consumazione dei ristoranti).
In luogo del diritto di accesso degli animali d’affezione nei locali pubblici o aperti al pubblico lo Stato ha, dunque, preferito garantire la facoltà del gestore della struttura privata di decidere se fare entrare o meno gli animali nel suo locale: e se il gestore non vorrà seguire le buone prassi di FIPE, nessuna norma nazionale lo costringerà ad accettare l’ingresso dei cani, ancorchè al guinzaglio corto e con museruola.
A far pendere la bilancia verso i diritti dell’animale potrà essere solo una legge regionale o un provvedimento del Comune, che in materia conserva ampia competenza.
Oppure una concomitanza fortunata di eventi: se, infatti, il cartello di divieto di accesso agli animali non è esposto e non esiste un divieto stabilito dal Regolamento comunale, l’esercente non può impedire che il cane entri nel locale: l’esercente è in torto e il proprietario o il detentore dell’animale può far intervenire la polizia municipale per far rispettare il suo diritto ad entrare.

Perde, dunque, di intensità il presunto diritto di entrare nei locali pubblici con il proprio cane o gatto che la maggior parte dei possessori di animali da compagnia pensa di poter vantare con poche eccezioni e soprattutto senza che l’esercente possa opporre un rifiuto che non sia motivato da mere esigenze di natura igienico-sanitaria (quali, ad esempio, l’essere il locale un luogo in cui vengono preparati o immagazzinati alimenti, l’essere l’animale sporco o maleodorante o molesto).

In assenza di una legge nazionale che stabilisca il diritto di portare il proprio cane in un negozio o al tavolo del bar o del ristorante, si è dovuto attendere che la società civile maturasse sulla questione una sensibilità così profonda e diffusa da provocare la nascita di una disciplina volontaristica, che si è andata affiancando ai provvedimenti dei sindaci italiani, vari e mutevoli come i mille campanili di cui è costellato il Paese. E’ così che, nell’ottobre del 2013, la FIPE-Federazione Italiana Pubblici Esercizi ha diffuso un “Manuale di Corretta Prassi Operativa”, validato dal Ministero della Salute in base al Regolamento CE n.852/2004, che in merito all’ammissione di animali negli esercizi così dispone: “Fermo restando il divieto di introdurre animali domestici nei laboratori di preparazione e nei depositi di prodotti alimentari, è consentito l’accesso ai cani guida anche non muniti di museruola nelle zone aperte al pubblico di ristoranti e altri pubblici esercizi. Gli altri cani devono essere condotti al guinzaglio e muniti di museruola”.

In maniera davvero singolare, è toccato, dunque, a un manuale redatto da un sindacato di categoria introdurre anche in Italia– blandamente e in un contesto di buone prassi che nulla hanno a che vedere con la tutela degli animali d’affezione – il principio della libera circolazione dei cani nei pubblici esercizi. Ma poiché si tratta soltanto di una “corretta prassi” è ovvio che l’esercente conserva il diritto di vietare l’ingresso agli animali e può farlo senza bisogno di motivarlo con il ricorso a condizioni tutelate dalla legge come, ad esempio, quelle di natura igienico-sanitaria, salvo che tale obbligo non sia imposto come condizione da una legge regionale o da un regolamento comunale.

Nel tentativo di mitigare la lacuna legislativa di fatto esistente, il Ministero del Turismo e l’Associazione Nazionale Comuni d’Italia hanno pubblicato, nel 2010, un’ordinanza-tipo sul libero accesso di cani e animali d’affezione in strutture pubbliche e luoghi aperti al pubblico, ottenendo, tuttavia, un risultato disomogeneo. Da allora molte città, province e regioni hanno, infatti, adottato regolamenti che a volte favorisono ed altre volte, invece, penalizzano l’accesso di cani e gatti alle strutture pubbliche o aperte al pubblico. Quanto al Veneto, la disposizione più esplicita è contenuta nella Deliberazione della Giunta Regionale n.243 del 7 febbraio 2004, la quale al punto 5 dell’art.10 stabilisce che “i cani nei locali pubblici e nei pubblici mezzi di trasporto devono essere tenuti con la museruola ed al guinzaglio”: niente di più e niente di meno di quello che già si sapeva nel 1954!

 

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“Gli animali vengono verso di noi, se li chiamiamo per nome. Esattamente come gli uomini”
(Ludwing Josef Johann Wittgenstein – filosofo austriaco)

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